domenica 6 novembre 2011

L'eccezionalità di Israele: normalizzare l'anormale - PACBI

Traduzione di Renato Tretola

Nella lotta palestinese ed araba contro la colonizzazione, l'occupazione e l'apartheid, la "normalizzazione" di Israele è un concetto che ha generato diverse controversie, poiché spesso viene frainteso, oppure perché ci sono disaccordi su quelli che sono i suoi criteri; e questo nonostante il quasi unanime consenso tra i Palestinesi e tra i popoli del mondo arabo sul rifiuto a trattare Israele come Stato "normale" con cui si possano intrattenere relazioni regolari. In questa sede tratteremo la definizione di normalizzazione che la grande maggioranza della società civile palestinese, quella rappresentata dal movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), ha adottato a partire da novembre 2007, e analizzeremo le sfumature che tale definizione assume in diversi contesti.

Può essere utile pensare alla normalizzazione come ad una "colonizzazione della mente", in base alla quale il soggetto oppresso finisce per credere che la realtà dell'oppressore sia la sola realtà "normale" alla quale si debba aderire e che l'oppressione sia un dato di vita con cui bisogna aver a che fare. Chi partecipa alla normalizzazione ignora questa oppressione oppure la accetta come lo status quo con cui bisogna convivere. In uno dei suoi tentativi di autoassolversi per le proprie violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani, Israele prova a crearsi un nuovo marchio [1], o presentarsi come normale - anzi "illuminato" - attraverso una serie di relazioni e di attività che spaziano dal campo culturale e quello legale, dall'hi-tech alla cultura LGBT e ad altri.

Un principio-chiave che il termine "normalizzazione" sottende è che esso è interamente basato su considerazioni di carattere politico, più che razziale, ed è quindi in perfetta sintonia con il rifiuto da parte del movimento BDS di tutte le forme di razzismo e di discriminazione razziale. Opporsi alla normalizzazione è un mezzo per resistere all'oppressione, ai suoi meccanismi e alle sue strutture. In quanto tale, opporsi è dunque attività assolutamente slegata, o incondizionata, dall'identità dell'oppressore.

Dividiamo la normalizzazione in tre categorie che corrispondono alle differenze inerenti ai vari contesti dell'oppressione coloniale e all'apartheid di Israele. È importante considerare queste definizioni minime come base per azioni operative e di solidarietà.



1) La normalizzazione nel contesto dei Territori Occupati e del mondo arabo

La Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PACBI) ha definito espressamente la normalizzazione in un contesto palestinese ed arabo "come la partecipazione ad un qualsiasi progetto, iniziativa o attività, in Palestina o a livello internazionale, che miri (implicitamente o esplicitamente) a riconciliare i Palestinesi (e/o gli Arabi) con gli Israeliani (tanto la popolazione che le istituzioni) senza porsi come meta la resistenza alla, e lo scontro con la, occupazione israeliana e con tutte le forme di discriminazione e di oppressione contro il popolo palestinese"[2]. Questa è la definizione approvata dal comitato nazionale del BDS (BNC).

Per i Palestinesi della Cisgiordania occupata (compresa Gerusalemme Est) e di Gaza, qualunque progetto intrapreso con gli Israeliani che non sia posto all'interno di un contesto di resistenza, serve a normalizzare le relazioni. Definiamo questo "contesto di resistenza" come basato sul riconoscimento dei diritti fondamentali del popolo palestinese e sull'impegno a resistere, in diversi modi, a tutte le forme di oppressione contro i Palestinesi, compresa la fine dell'occupazione (ma non limitatamente ad essa), il riconoscimento di pieni ed eguali diritti per i cittadini palestinesi di Israele, il sostegno e la promozione del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi; questa può in modo appropriato essere definita una posizione di "co-resistenza"[3]. Fare altrimenti significa consentire che relazioni quotidiane e ordinarie esistano accanto ai continui crimini commessi da Israele contro il popolo palestinese, e indipendentemente da essi. Questo a sua volta alimenta la compiacenza e fornisce una falsa e deleteria impressione di normalità in una situazione palesemente anormale di oppressione coloniale.

I progetti, le iniziative e le attività che non abbiano inizio da una base di principi condivisi di resistenza all'oppressione israeliana, puntualmente consentono un approccio a Israele come se le sue violazioni possano essere messe da parte e rinviate e come se la coesistenza (opposta alla "co-resistenza") possa precedere o condurre alla fine dell'oppressione. In questo processo i Palestinesi, a prescindere dalle intenzioni, finiscono col servire da foglia di fico per gli Israeliani, che possono trarre beneficio da un ambiente in cui tutto continui come se niente fosse, forse persino consentendo agli Israeliani in questo modo di sentirsi con la coscienza pulita per aver coinvolto i Palestinesi che di solito li si accusa di opprimere e discriminare.

I popoli del mondo arabo, con le loro diverse identità e i loro diversi background nazionali, religiosi e culturali, il cui futuro è più tangibilmente legato al futuro dei Palestinesi rispetto a quanto non lo sia generalmente il resto della comunità internazionale, non ultimo a causa delle continuate minacce politiche, economiche e militari da parte di Israele ai loro Paesi, nonché a causa della vicinanza ancora predominante e forte con i Palestinesi, si trovano di fronte a questioni simili in merito alla normalizzazione. Fintantoché l'oppressione israeliana continua, qualunque approccio con gli Israeliani (singoli o istituzioni che siano) che non avviene all'interno del contesto di resistenza sopra definito serve a ribadire la normalità dell'occupazione israeliana, del suo colonialismo e del suo apartheid nelle vite della gente nel mondo arabo. È quindi indispensabile per tutti nel mondo arabo evitare ogni relazione con gli Israeliani che non sia fondata sulla "co-resistenza". Non si tratta di un appello ad evitare di comprendere gli Israeliani, la loro società e il loro sistema politico. È piuttosto un appello a condizionare qualsiasi conoscenza e qualsiasi contatto di questo tipo secondo i principi della resistenza, fino a quando arriverà il tempo in cui i diritti dei Palestinesi e degli Arabi saranno pienamente soddisfatti.

Gli attivisti BDS possono sempre andare oltre i nostri requisiti minimi se dovessero identificare delle sottocategorie all'interno di quelle che abbiamo identificato. In Libano o in Egitto, ad esempio, gli attivisti della campagna di boicottaggio possono andare oltre la definizione di normalizzazione data dal PACBI/BNC, considerata la loro posizione nel mondo arabo, mentre quelli che si trovano in Giordania, per dire, possono formulare riflessioni differenti.

2) La normalizzazione nel contesto dei cittadini palestinesi di Israele

I cittadini palestinesi di Israele - quei Palestinesi che sono rimasti tenacemente sulla propria terra dopo la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 a dispetto dei ripetuti sforzi di espellerli e di sottoporli alla legge militare, alla discriminazione istituzionalizzata e all’apartheid [4] - si misurano con tutt’altra serie di considerazioni. Essi si trovano ad affrontare due forme di normalizzazione. La prima, che possiamo chiamare relazione coercitiva quotidiana, è quella serie di relazioni che un popolo colonizzato, e coloro che vivono sotto apartheid, sono costretti a intrattenere per sopravvivere, condurre la vita quotidiana e guadagnarsi da vivere all'interno delle strutture oppressive costituite. Per i cittadini palestinesi in Israele, in quanto contribuenti, tali relazioni coercitive quotidiane vanno dall’impiego quotidiano in luoghi di lavoro israeliani all'uso dei servizi pubblici e delle istituzioni, come scuole, università ed ospedali. Tali relazioni coercitive non sono esclusive di Israele ed erano già presenti in altri contesti coloniali e di apartheid quali, rispettivamente, l'India e il Sudafrica. Ai cittadini palestinesi di Israele non si può ragionevolmente chiedere di recidere questi rapporti, o quanto meno non ancora.

La seconda forma di normalizzazione è quella nella quale i cittadini palestinesi di Israele non sono invece costretti a relazionarsi con Israele per necessità di sopravvivenza. Tale normalizzazione può comprendere la partecipazione a forum internazionali come rappresentanti di Israele (come nel concorso canoro Eurovision) o a eventi israeliani destinati a un pubblico internazionale. La chiave per comprendere tale forma di normalizzazione è considerare che quando i Palestinesi intraprendono tali attività senza inserirle all'interno dello stesso "contesto di resistenza" sopra descritto, contribuiscono, anche se involontariamente, a costruire un’ingannevole apparenza di tolleranza, democrazia e vita normale in Israele per un pubblico internazionale che potrebbe non conoscere meglio la questione. Gli Israeliani e le loro istituzioni possono a loro volta usare tutto ciò contro i promotori del BDS internazionale e contro coloro che lottano contro le ingiustizie israeliane, accusandoli di essere "più santi" dei Palestinesi. Negli esempi appena forniti, i Palestinesi promuovono relazioni con le istituzioni ufficiali israeliane al di là di ciò che costituisce il mero bisogno di sopravvivenza. L'assenza di vigilanza in questo campo ha l'effetto di trasmettere all’opinione pubblica palestinese l’idea che può convivere e accettare l'apartheid, che anzi dovrebbe relazionarsi con gli Israeliani sul loro stesso terreno e rinunciare a qualunque atto di resistenza. Quest'ultimo è un tipo di normalizzazione con la quale molti cittadini palestinesi di Israele, insieme alla PACBI, si trovano sempre più spesso ad identificare e combattere.

3) La normalizzazione nel contesto internazionale

In campo internazionale la normalizzazione non funziona poi troppo diversamente e segue la stessa logica. Mentre il movimento BDS prende di mira le istituzioni israeliane complici, nel caso della normalizzazione ci sono altre sfumature da tenere in considerazione.
Generalmente ai sostenitori internazionali del BDS si chiede di astenersi dal partecipare a eventi che a livello morale o a livello politico mettano sullo stesso piano l’oppressore e l’oppresso, e che presentino il rapporto tra Palestinesi e Israeliani come simmetrico [5]. Una tale eventualità è da boicottare poiché normalizza la dominazione coloniale di Israele sui Palestinesi, ignorando le strutture di potere e le relazioni insite nell'oppressione.


Dialogo

In tutti questi contesti, "dialogo" e partecipazione sono spesso presentati come alternativi al boicottaggio. Il dialogo, se avviene al di fuori di quel "contesto di resistenza" che abbiamo delineato, diventa un dialogo fine a se stesso, vale a dire una forma di normalizzazione che intralcia la lotta per porre fine all'ingiustizia. I processi di dialogo, "risanamento", "riconciliazione" che non siano finalizzati a mettere fine all'oppressione, a prescindere dalle intenzioni che ci sono dietro, servono solo a privilegiare la co-esistenza nell'oppressione ai danni della co-resistenza, in quanto presuppongono la possibilità di una coesistenza prima che si abbia giustizia. L'esempio del Sudafrica chiarisce alla perfezione questo punto; lì la riconciliazione, il dialogo ed anche l'indulgenza sono venuti dopo la fine dell'apartheid, non prima, nonostante i legittimi interrogativi sulle condizioni tuttora esistenti di ciò che qualcuno ha chiamato "apartheid economico".

Due esempi di tentativi di normalizzazione: OneVoice e IPCRI

Mentre molti, se non proprio la maggioranza, dei progetti di normalizzazione sono sponsorizzati e finanziati da organizzazioni internazionali e da governi, molti di questi sono realizzati da partner palestinesi e israeliani, spesso con generosi finanziamenti internazionali. La cornice politica, spesso israelo-centrica, della "partnership", è uno degli aspetti più problematici di questi progetti e istituzioni congiunti. L'analisi della PACBI su OneVoice [6],

un'organizzazione congiunta israelo-palestinese rivolta ai giovani con sedi in Nord America e propaggini in Europa, ha rivelato che OneVoice è un altro di quei progetti che riuniscono Palestinesi ed Israeliani non per lottare insieme contro le politiche coloniali e di apartheid di Israele, ma per fornire piuttosto un limitato programma di azione sotto lo slogan della fine dell'occupazione e la fondazione di uno Stato palestinese, mentre contemporaneamente si rinsalda l'apartheid israeliano e si ignorano i diritti dei profughi palestinesi, che costituiscono la maggioranza del popolo palestinese. La PACBI ha concluso che, in sostanza, OneVoice e altri programmi simili servono solo a normalizzare l'oppressione e l'ingiustizia. Il fatto che OneVoice consideri i "nazionalismi" e i "patriottismi" delle due "parti" come se fossero alla pari ed ugualmente fondati ne è un indicatore significativo. Vale la pena far notare come praticamente l'intero spettro delle organizzazioni e associazioni giovanili e studentesche palestinesi all'interno dei Territori occupati abbia inequivocabilmente condannato i progetti di normalizzazione come OneVoice[7].

Un'organizzazione simile, anche se con un diverso target di riferimento, è l'Israel/Palestine (IPCRI) (Centro di ricerca e informazione Israelo/Palestinese), che si definisce "l'unico gruppo israelo-palestinese al mondo di esperti di politiche pubbliche dedicato alla soluzione del conflitto israelo-palestinese sulla base del principio 'due stati per due popoli'". L'IPCRI "riconosce i diritti del popolo ebraico e del popolo palestinese a soddisfare i propri interessi nazionali in un contesto di soddisfacimento del diritto all'autodeterminazione nazionale all'interno dei rispettivi Stati ed instaurando relazioni pacifiche tra i due Stati democratici che vivranno fianco a fianco." [8] In questo modo si sostiene uno stato di apartheid in Israele che priva dei diritti civili i cittadini palestinesi e ignora il diritto al ritorno, sancito dall'Onu, dei profughi palestinesi.

Esattamente come OneVoice, l'IPCRI adotta l’onnipresente "paradigma del conflitto" mentre ignora la dominazione e l'oppressione che caratterizza le relazioni dello Stato di Israele con il popolo palestinese. L'IPCRI opportunisticamente non si interessa ad un’analisi delle radici di questo "conflitto", su che cosa verte, e su quale "parte" ne stia pagando il prezzo. Proprio come OneVoice, l'IPCRI glissa sul dato storico e sulla instaurazione di un regime coloniale in Palestina seguito all'espulsione della maggioranza della popolazione indigena di quel territorio. Il momento maggiormente significativo della storia del "conflitto" non viene dunque riconosciuto. La storia della costante espansione coloniale, dello spossessamento e del trasferimento forzato dei Palestinesi viene anch'essa opportunamente ignorata. Con le proprie omissioni, l'IPCRI nega il contesto di resistenza che abbiamo precedentemente delineato e conduce Palestinesi e Israeliani in un tipo di relazione che privilegia la co-esistenza sulla co-resistenza. Ai Palestinesi si chiede di adottare il punto di vista israeliano su di una soluzione pacifica e non un punto di vista che riconosca i loro pieni diritti, come definiti dall'Onu.

Un ulteriore aspetto preoccupante, ma anch'esso totalmente prevedibile, del lavoro dell'IPCRI è il coinvolgimento attivo nei suoi progetti di personale e personaggi israeliani implicati nelle violazioni dei diritti del popolo palestinese e in gravi infrazioni del diritto internazionale. Lo Strategic Thinking and Analysis Team (STAT - Team di pensiero e analisi strategiche) dell'IPCRI comprende, oltre a funzionari palestinesi, ex diplomatici israeliani, ex generali di brigata dell'esercito israeliano, personale del Mossad e quadri del Consiglio nazionale di sicurezza israeliano, molti dei quali legittimamente sospettati di aver commesso crimini di guerra. [9]

Non sorprende dunque che il desiderio di porre fine al "conflitto" e realizzare "una pace duratura", entrambi slogan di questi ed altri sforzi simili di normalizzazione, non hanno nulla a che fare con la giustizia per i Palestinesi. Infatti il termine "giustizia" non trova posto nell'agenda della maggior parte di queste organizzazioni, né si trova alcun chiaro riferimento al diritto internazionale come arbitro ultimo, lasciando i Palestinesi alla mercé del ben più potente Stato di Israele.

La descrizione, da parte di uno scrittore israeliano, del cosiddetto Centro per la pace "Peres", una delle maggiori organizzazioni coloniali e di normalizzazione, può anch'essa ben rappresentare il programma di fondo dell'IPCRI e di quasi tutte le organizzazioni che lavorano per la normalizzazione:

«Nell'attività del Centro per la pace "Peres" non si vede alcuno sforzo evidente di cambiare lo status quo politico e socio-economico nei territori occupati, ma anzi l'esatto contrario: sforzi vengono compiuti per allenare la popolazione palestinese ad accettare la propria inferiorità e prepararsi a sopravvivere sotto le limitazioni arbitrarie imposte da Israele per garantire la superiorità etnica degli Ebrei. Sostenendo il colonialismo, il centro presenta un olivicoltore che scopre i vantaggi del marketing cooperativo, un pediatra che riceve formazione professionale negli ospedali israeliani e un importatore palestinese che apprende i segreti del trasporto delle merci attraverso i porti israeliani, famosi per la loro efficienza e, naturalmente, partite di calcio e orchestre composte di Israeliani e Palestinesi, con una falsa immagine di coesistenza.» [10]

La normalizzazione di Israele - normalizzare l'anormale - è un processo perfido e sovversivo che lavora per occultare le ingiustizie e colonizzare le parti più intime degli oppressi: le loro menti. La collaborazione con queste organizzazioni che servono esattamente a questo scopo è, quindi, uno dei primi bersagli del boicottaggio, nonché un espediente che i sostenitori del BDS devono affrontare insieme.

PACBI

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[1] http://www.forward.com/articles/2070/

[2] Tradotto dall'arabo in inglese: http://www.pacbi.org/atemplate.php?id=100

[3] http://www.pacbi.org/etemplate.php?id=1673

[4] http://www.pacbi.org/etemplate.php?id=1645

[5] http://www.pacbi.org/etemplate.php?id=1108

[6] http://www.pacbi.org/etemplate.php?id=1436

[7] http://pacbi.org/atemplate.php?id=163 (in arabo)

[8] http://www.ipcri.org/IPCRI/About_Us.html

[9] http://www.ipcri.org/IPCRI/R-Projects.html

[10] Meron Benvenisti, "A monument to a lost time and lost hopes", Haaretz, 30 October 2008. http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/a-monument-to-a-lost-time-and-lost-hopes-1.256342

Posted on 31-10-2011

Link all'articolo originale: http://www.pacbi.org/etemplate.php?id=1749

domenica 23 ottobre 2011

Il FPLP sullo scambio di prigionieri - da Khaled El Qaisi


Ricevo e pubblico da Khaled ......

 che ringrazio .




Abu M è un militante di lungo corso del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina; ha 42 anni e di questi 11 ne ha trascorsi nelle prigioni israeliane. E’ stato arrestato 15 volte.

Lo abbiamo incontrato al campo profughi di Deisha e abbiamo parlato con lui dell’attuale situazione politica palestinese e del ruolo del FPLP in questa fase.

Qui di seguito la trascrizione dell’intervista:

All’indomani della conclusione della prima fase del rilascio di prigionieri che giudizio date dell’accordo di scambio raggiunto da Hamas e lo Stato sionista?
La liberazione anche di un solo prigioniero palestinese è già di per sé una vittoria.
Il dato nuovo rispetto al passato è che questa volta il prigioniero israeliano ha trascorso l’intero periodo di detenzione in territorio palestinese.
Il grande merito di questo accordo consiste nel aver ottenuto il rilascio di 1/3 dei detenuti condannati a più di un ergastolo; nelle carceri israeliane c’erano 820 prigionieri condannati a multipli ergastoli; ne sono usciti 320.
Detto questo, l’accordo raggiunto non è privo di criticità che con una gestione diversa si sarebbero potute facilmente evitare:
innanzitutto lo scambio è avvenuto in un momento estremamente inopportuno: sarebbe stato meglio posticiparlo a dopo la fine dello sciopero della fame iniziato quasi un mese fa dai prigionieri palestinesi.
Con tutta l’attenzione mediatica che comprensibilmente si è guadagnato, il rilascio dei prigionieri rischia di offuscare la lotta di centinaia di detenuti in sciopero della fame. Di questi la parte più cospicua è costituita da militanti del FPLP. 400 in tutto.
L’inopportunità politica del momento si evince inoltre anche dalla situazione di crisi che il governo Netanyahu attraversava prima dello scambio e che adesso proprio in virtù dell’incremento di popolarità legata al ritorno a casa di Shalit potrebbe risolversi positivamente per il governo sionista. La realizzazione dell’accordo potrebbe aver paradossalmente puntellato il malconcio governo Netanyahu.
Un altro punto debole dell’accordo consiste nel non aver ottenuto il rilascio di tutte le prigioniere (ne restano 9 in carcere) e di tutti i prigionieri che hanno già scontato più di 20 anni nelle carceri israeliane: tale risulatato con meno fretta, si sarebbe potuto ottenere facilmente.
Oltre a ciò bisogna ricordare che tra i prigioneri liberati o in via di rilascio mancano quei nomi di rilevanza nazionale che Hamas aveva promesso.
Ancora: la maggiornaza dei prigionieri rilasciati è di Hamas e i nomi dei 550 che saranno rilasciati nella seconda fase li sceglierà Israele.
Infine l’accordo ha legittimato l’esilio di molti prigionieri a Gaza (120 circa) o al di fuori dei confini nazionali(41 circa). Ciò costituisce un pericoloso precedente per il futuro.

Perchè questo accordo si verifica proprio oggi? 
Verrebbe quasi da pensare che Hamas, con questa operazione così a ridosso del probabile fallimento dell’iniziativa diplomatica di Abu Mazen all’Onu, abbia voluto approfittare per recuperare consensi su Fatah.
Questo non è ovviamente l’obiettivo dichiarato da Hamas ma è chiaro che si tratta di un operazione che farà aumentare i consensi della formazione islamica.
Noi siamo ancora sott’occupazione, alla mercè dei crimini sionisti, nelle prigioni o nella diaspora. Chi oppone resistenza sa che lo aspettaranno la morte, il carcere o l’esilio. Noi sappiamo cosa ci aspetta, siamo consapevoli dei rischi ma nonostante tutto siamo determinati a portare avanti la nostra lotta.

Primavere arabe: le rivolte che nell’ultimo anno hanno scosso i regimi arabi hanno acceso molte speranze di democratizzazione nella regione; quali aspettative nutre il FPLP rispetto a tali movimenti? Le rivolte di popolo egiziane, siriane, ecc potrebbero portare ad un miglioramento delle relazioni tra i nuovi governi e la resistenza palestinese?
Le Leadership arabe sono ottuse, dittatoriali e seguono da sempre i dikatat americani. Hanno saccheggiato tutte le risorse dei loro popoli, hanno impedito lo sviluppo sociale e culturale e in generale si sono opposte a qualsiasi miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni.
Caratteristica di tutti i regimi arabi reazionari è l’assenza di libertà, di democrazia politica, di giustizia sociale:la repressione viene sempre usata contro il popolo. “Non c’è voce più alta di quella della battaglia” è lo slogan più ripetuto dalla propaganda antisraeliana delle corrote borghesie arabe che con un antisionismo strumentale e di facciata tentano da sempre di distogliere l’attenzione delle masse dai problemi interni. Nel mondo arabo ci sono meno Stati democratici che in Africa. Le Leadership arabe si sono affidate ad una pratica di trasmissione dinastica del potere:questo succede in Kuwait così come inArabia Saudita, in Marocco, in Siria, dappertutto. I petroldollari che sostengono le borghesie arabe finiscono nelle banche europee e americane. Dal punto di vista della produzione agricola ci sarebbero le potenzialità per conquistare una sovranità produttiva; ciò nonostante si continuano ad importare tonnellate e tonnellate di derrate alimentari, di prodotti agricoli...a dispetto della grande disponibilità di terre ed acqua. La ricerca scientifica è pari a zero. Lo Stato sionista investe da solo nella ricerca scientifica molto di più di quello che investono tutti gli Stati arabi messi insieme. Cresce dovunque la disoccupazione e la povertà si espande a perdita d’occhio.
Noi del FPLP sosteniamo il cambiamento e appoggiamo questi movimenti, ma ci domandiamo anche dove ci conducano. Sembrano avere una vocazione panarabista e questo ci sembra positivo: la visibilizzazione della nazione araba come protagonista politico dovrebbe essere a nostro modo di vedere un obiettivo prioritario. Oggigiorno le potenze regionali che monopolizzano la scena sono l’Iran, la Turchia e Israele; i 350 milioni di arabi che popolano il Medio Oriente sembrano non esistere.
Da più parti ci si chiede quali potrebbero essere le ripercussioni politiche del risveglio arabo sul contesto palestinese: noi del FPLP, pur esprimendo solidarietà alle masse arabe e alla loro lotta per la libertà, temiamo che l’islamismo radicale finisca per dirigere politicamente questi movimenti; dopo la caduta del blocco socialista infatti, mentre a parole l’imperialismo dipingeva l’Islam politico come il nuovo nemico da sconfiggere, nei fatti finazianva le correnti islamiste più radicali. Ed è un fatto che oggi la fratellanza mussulmana tunisina, egiziana, siriana, ecc, sia il nuovo partner a cui rivolgersi.
Noi appoggiamo le rivolte quando queste si battono per la giustizia sociale e la modernizzazione delle società ma siamo fervidi nemici dei governi islamici sponsorizzati dall’imperialismo internazionale.

Come confidare nei consigli rivoluzionari a guida Nato?
Crediamo che dopo la caduta del campo socialista l’imperialismo abbia appoggiato e finanziato le correnti più radicali dell’Islam politico mentre pubblicamente le dipingeva come il nuovo nemico da sconfiggere.

Perchè la rivoltà in Siria è stata immediatamente portata all’attenzione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, mentre quella Yemenita è stata prontamente dimenticata dai mass media e rimossa dall’agenda politica internazionale?
L’imperialismo ha sempre stretto alleanze con i regimi oppressivi e questa volta non andrà diversamente. I gendarmi mondiali sono alla ricerca di nuovi alleati in Medio Oriente; le trattative con i talebani in Afganistan sono una realtà. L’imperialismo è diposto ad allearsi con chiunque sia disposto a tutelarne gli interessi. In Medio Oriente, la storia ci insegna che la politica di egemonia a stelle e strisce si sia materializzata nello Stato sionista, usato come vera e propra testa d’ariete per difendere gli interessi geopolitic dell’imperialismo americano.
Per concludere possiamo dire che in tutti i casi è troppo presto per fare un bilancio dell primavera araba; crediamo che l’ebollizione sociale araba sia solo agli inizi; questo processo avrà tempi lunghi e comunque si concluda aiuterà i palestinesi a comprendere più chiaramente di chi potrà fidarsi e di chi no.

Come si spiega il nuovo protagonismo di Erdogan in chiave filopalestinese?
E’ di ieri la notizia di una pesante offensiva del governo turco contro le basi del PKK in Iraq. Come è possibile che la Turquia kemalista mentre reprime i Curdi, si candidi a paladina dei diritti dei palestinesi?
I curdi hanno pieno diritto all’autodeterminazione. Noi consideriamo i comunisti del PKK di Öcalan come nostri compagni.
La Turchia è un membro della Nato. Il governo di Erogan vuole essere il più filo-palestinese dei governi mediorientali proprio per guadargnarsi i consensi degli islamisti;la strumentalizzazione turca dell’eccidio commesso dallo Stato sionista ai danni della Freedom Flottiglia va letta in questo senso. Ma dietro ai proclami antisionisti di Erdogan si intravede una regia americana: Washington infatti, preme affinchè la Turchia in quanto paese sunnita, esporti il proprio modello di democrazia islamica e si costruisca un ruolo di primo piano nella regione.
La stessa cosa è successa col Qatar: mentre, grazie ai reportage di Al-Jazeera si è erto a statarello filo-palestinsese, nei fatti ha dimostrato di essere un alleato fedele della politica di Obama. In Qatar poi, non va dimenticato, si trova la base americana più grande del mondo.
Il colonialismo francese e inglese hanno disegnato a tavolino gli attuali confini degli Stati arabi; il neocolonialimo è oggi americano ed europeo; da quando non c’è più l’Unione Sovietica l’ Europa e gli Stati Uniti sono entrati in competizione fra loro per il controllo geopolitico della regione.

Quali sono attualmente il livello di radicamento e la capacità di mobilitazione del FPLP?
Dopo Oslo il movimento nazionale palestinese è arretrato; l’accordo di Oslo non è stato un accordo tra palestinesi e sionisti ma tra due leadership patrocinate dalla “comunità internazionale”. Si è trattato di un accordo politico enorme. La conseguenza principale ha riguardato le aspettative dei palestinesi; se prima queste guardavano con speranza ad una rivoluzione anticoloniale, dopo Oslo si sono concentrate solo sui negoziati. Sono molti i palestinesi che pensano che dopo aver ottenuto l’Autorità (ANP) otterranno anche lo Stato.
La sinistra palestinese, soprattutto il FPLP, ha risentito negativamente dell’implosione del blocco socialita e dell’entrata in crisi delle sinistre rivoluzionarie in tutto il mondo.
Una volta entrati nella fase di globalizzazione neoliberista, cioè nella fase di imperialismo mondiale, si è diffusa l’idea che la sinistra scommettendo sul socialismo avesse puntato sul cavallo sbagliato.
Ma le grandi crisi economiche in America e in Europa,con il loro carattere sistemico, ci dimostrano che il marxismo ha avuto ragione sull’origine dello sfruttamento dei popoli. In Italia, come in Spagna e nell’Europa intera, il sistema capitalista è entrato in una crisi irreversibile che non riuscirà a risolvere: l’opposizione anticapistalista e antimperliasta, dopo decenni di arretramento, sono nuovamente destinate a crescere.
Molti movimenti marxisti sono spariti o versano in pessime condizioni, è vero: anche se resta una forza politico-militare con ancora molte carte da giocare anche il FPLP ha innegabilmente subito un arretramento; all’origine di questa crisi oltre alla già citata implosione dell’Uniione Sovietica e dell’immaginario socialista in generale, c’è stata, dopo Oslo, l’ascesa dell’Islam politico. Il nostro popolo purtroppo è molto religioso. I movimenti religiosi come Hamas hanno ricevuto enormi finanziamenti economici dall’Arabia Saudita, dalla Siria e dall’Iran; dall’altra parte l’Anp è stata coccolata dall’Europa, dagli Stati Uniti e dallo Stato sionista. Il FPLP non ha ricevuto aiuti da nessuno e ha comunque resistito. Durante l’intifada di Al-Aqsa migliaia di suoi militanti e sostenitori sono stati uccisi o imprigionati:il proprio leader Abu Ali Mustafa è stato ammazzato e il suo successore Ahmed Saadat è stato incaracerato. Ciò nonostante il FPLP ha mantenuto la sua posizione di resistenza irriducibile all’occupazione sionista: la lotta di liberazione nazionale resta la priorità.

Quali sono le condizioni di salute di Ahmed Saadat?
Ahmed Saadat è da 21 giorni in sciopero della fame, da quattro anni in isolamento. Ieri il suo avvocato l’ha visitato (gli sono negate anche le visite familiari) nell’ospedale del carcere di Ramle dove, in conseguenza del deterioramento delle sue condizioni di salute, è stato trasferito qualche giorno fa. Saadat ha fatto sapere che continuerà lo sciopero della fame fino all’ottenimento di tutte le richieste dei prigionieri palestinesi. Ha concluso la vista con l’avvocato trasmettendogli questo messaggio: “Dignità o Morte”.
L’unidici novembre il consiglio di sicurezza della Nazioni Unite si esprimerà sulla richiesta del riconoscimento dello Stato palestinese avanzata un mese fa da Abu Mazen; il FPLP sembra,aver seppur cautamente appoggiato tale iniziativa diplomatica mentre organizzazioni come Hamas o Jihad Islamica si sono mostrate molto scettiche quando non direttamente contrarie.
Il FPLP è sempre stato contrario ai negoziati già fin dall’epoca di Oslo: la nostra è stata ed è una lotta di popolo. Quanto alla richiesta del riconoscimento dello Stato all’Onu, il FPLP pensa che rappresenti un passo in avanti ma che non sia sufficiente; aiuterà comunque a far capire una volta per tutte chi ci appoggia e chi no. Molti pensano che Obama abbia una politica filo-palestinese: la votazione al consiglio di sicurezza chiarirà a tutti da che parte stia Obama e indirettamente rimetterà al centro dell’agenda politica palestinese la lotta di liberazione nazionale.

Appoggiare anche se con delle riserve la richiesta di Abu Mazen non rischia di legittimare, tra le tante cose, la rimozione della questione dei profughi, la negazione del diritto al ritorno?
L’inizativa di Abu Mazen fallirà. Gli Stati Uniti useranno il diritto di veto e si giungerà ad un nulla di fatto. Lo sappiamo. Ma questa strada per quanto tortuosa e innefficace era preferibile a quella dei negoziati diretti. In tutti i casi non ci sfuggono le pericolose conseguenze nel caso, comunque improbabile, del riconoscimento di uno Stato da parte delle Nazioni Unite: i profughi non potrebbero tornare nei territori occupati del ‘48 e la rappresentanza politica del popolo palestinese attualmente esercitata dall’OLP passerebbe nelle mani dell’Autorità Nazionale con tutte le conseguenze disastrose che ne deriverebbero. L'OLP gode attualmente dello status permanente di "osservatore" all'interno dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite; l’OLP è l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese; e se un giorno ci sarà una Stato palestinese questo dovrà essere guidato dall’OLP e non dall’Autorità Nazionale.

Come credi che le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria e in generale quelle solidali con la causa palestinese possano aiutare il FPLP?
Il vostro dovere è lottare nel vostro Paese per cambiare le cose.
Noi guardiamo con interesse ai movimenti sociali europei e americani. Lo Stato sionista può incassare e metabolizzare senza troppi problemi gli attacchi di Hezbollah e della resistenza palestinese. Il progetto sionista non finisce con quei 5 milioni di ebrei che occupano la nostra terra; e’ un progetto internazionale che richiede una risposta internazionale. La nostra non è una guerra di religione tra ebrei e mussulmani: c’è stata fin dall’inizio del conflitto una volontà europea e americana di appoggiare la causa ebraica e questo a spese del popolo palestinese.
La Palestina non è il Kurdistan, nè la Cecenia nè il Kashmir. La lotta palestinese è sempre stata una lotta internazionale perchè internazionale è stata la responsabilità dell’occupazione sionista. Di conseguenza la lotta palestinese rappresenta solo la punta pià avanzata della lotta dei popoli contro i progetti dell’imperialismo internazionale.
Noi abbiamo bisogno di stare nella stessa barricata dei compagni europei e americani. Noi potremo vivere insieme agli ebrei in questa terra ma ciò avverrà solo quando questi rinunceranno al sionismo.
Il sionismo è una malattia dell’ebraismo, è razzismo finanziato dall’Occidente, è l’Occidente stesso piantato in terra araba.
Il nostro successo sarà frutto della partecipazione mondiale dei popoli alla nostra lotta. Non potremo mai vincere da soli: la lotta di un popolo per la sua autodeterminazione deve sempre poter contare- e più che mai in un mondo globalizzato come questo- sulla complicità internazionale.
Se la libertà e la giustizia sociale giungeranno nel mondo arabo ciò aiuterà la nostra causa nazionale. Lo Stato sionista ha paura del progresso arabo e della democratizzazione dei regimi perchè costituirebbero un enorme ostacolo alla colonizzazione.
La lotta palestinese è prima palestinese, poi araba e infine internazionale. Da soli non potremo andare molto lontano.
Ogni colpo inferto al capitalismo italiano, europeo e americano è un colpo al nemico sionista..e viceversa.

20/10/11, Beltemme.

sabato 8 ottobre 2011

A Jaffa il padre di una famiglia di palestinesi sfrattati, preso a calci e pugni dalla polizia israeliana

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SI SCRIVE ISRAELE - SI LEGGE APARTHEID !


Ecco l'ennesima dimostrazione del trattamento che Israele riserva ai cittadini non ebrei
( i palestinesi che vivono in israele... i cosiddetti 'arabi israeliani').
Il VIDEO mostra la polizia prendere a calci e pugni un padre di famiglia.
Accade a Jaffa durante lo di sfratto di una famiglia di palestinesi.

Che ricordo serberà la bambina di questa giornata ?




martedì 4 ottobre 2011

I prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane sono in sciopero della fame - Palestina, amore mio - di Nagham Yassin

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Palestina amore mio

A cura di Nagham Yassin
Traduzione di Renato Tretola

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Sii libera...

GERUSALEMME

Quest'articolo è dedicato con tutto il cuore ad ogni essere umano che si trovi dietro le mura di una prigione in tutto il mondo! Soprattutto in Palestina... Non avevo in mente di scrivere dei prigionieri palestinesi questa volta, ma dopo gli ultimi eventi ho deciso di scrivere di questo grande popolo!
Questo articolo è per tutti voi...

Nell'ultimo periodo c'è stato uno sciopero della fame da parte dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane; questo sciopero è fatto per rivendicare i diritti in prigione, specialmente ora che il governo israeliano ha annunciato diverse leggi, per impedire ai prigionieri di studiare, impedire l'ingresso di libri e di altre cose. Dunque i prigionieri hanno annunciato uno sciopero della fame, i mercoledì, giovedì e sabato di ogni settimana come forma di protesta verso queste azioni del governo.
I detenuti hanno annunciato che questo sciopero della fame è solo il primo passo di una protesta più vasta contro queste leggi, e che se l'amministrazione carceraria non dovesse rispondere alle richieste dei detenuti, ci sarà uno sciopero della fame generale.
In conseguenza di tutto questo, proprio oggi i detenuti hanno annunciato uno sciopero della fame generale proclamando le proprie richieste:
Fine del regime di isolamento
Possibilità di studiare
Fine delle punizioni collettive che si realizzano impedendo le visite e comminando pene pecuniarie ai detenuti
Fine della pratica di legare mani e gambe durante le visite dei familiari e durante i colloqui con i legali
Fine della pratica di compiere incursioni e ispezioni provocatorie contro i detenuti
Consentire l'introduzione di libri, giornali ed abiti per i detenuti
Miglioramento del trattamento medico per detenuti malati e feriti
Fine della pratica di poter avere visite solo una volta al mese per mezz'ora
Ri-trasmissione di canali satellitari che sono stati stoppati.
Dopo aver annunciato lo sciopero della fame, i detenuti hanno annunciato disobbedienza e rivolta generalizzate contro le leggi dell'amministrazione penitenziaria, mentre nel frattempo il governo israeliano sta trasferendo diversi prigionieri verso luoghi sconosciuti...

Più di 11.000 detenuti sono dietro le mura del carcere!
Il mondo grida per il diritto di Shalit alla libertà, provando a dimenticare il diritto alla libertà di più di 11.000 esseri umani, molti dei quali sono in totale isolamento per anni! Non ho parole per descrivere il loro dolore, un dolore insopportabile, stare per anni in una piccola stanza, senza poter avvertire la luce, senza persone da vedere o con cui parlare; è qualcosa di dolorosissimo e veramente inumano!!
Forse io non posso fare nulla per loro se non stare così lontana da loro, urlare che voi siete la nostra luce verso la libertà, forse non posso fare altro che scrivere a loro e per loro, con la speranza dentro di me che le loro ragioni e la loro determinazione a veder riconosciuti i propri diritti possano essere diffusi in tutto il mondo!
Io lo so che è solo una speranza o un sogno! Un sogno, per gli oltre 11.000 esseri umani, di ritornare alle loro famiglie, alle loro vite, anche se molti di loro hanno vissuto la maggior parte della propria vita in prigione e forse hanno dimenticato a cosa assomiglia la vita fuori!
Ma loro, ed io, continuano a sperare che la loro voce raggiunga ogni luogo!! È un sogno, ed io sono una sognatrice…
Così, mio caro lettore, quando ti svegli tardi ogni mattina in un letto dolce e comodo, ricorda che c’è qualcuno che non ha questo dono! Quando tua madre ti bacia ogni giorno, ricorda che c’è qualcuno che desidera avere almeno un ultimo bacio!
Quando prendi un caffè, nuoti, fai una doccia, mangi, bevi, ti stendi sotto al sole, guardi un’alba, ricorda che c’è qualcuno che non può!
Ricorda il dono della vita in ogni giorno di libertà, ricorda che puoi fare tutte queste cose! E, soprattutto, ricorda che quei detenuti sono persone che hanno rinunciato a tutti i piaceri della vita per la libertà… E per favore, se io non ti ho dato un motivo per alzarti in piedi e gridare per coloro che non hanno mangiato per giorni, cerca una ragione dentro di te per farlo, per loro!

Sii libero, per te stesso, per la tua causa, per tutta la gente libera in tutto il mondo, per tutti coloro che hanno sacrificato la propria vita per la tua libertà…
Sii libero…


Link : Il Mediterraneo

domenica 18 settembre 2011

Le responsabilità non bisogna cercarle mai troppo lontano - Sionisti della LDJ affiancano i coloni nella Palestina occupata

Che accade mentre Sarkozy si frega le mani in Libia ?

Che la Francia, membro dell'ONU, lascia partire gruppi paramilitari di sionisti francesi della LDJ ( Ligue de défense juive), gruppo con all'attivo aggressioni ,violenze, atti vandalici ed un omicidio. Partono alla volta delle colonie per affiancare i coloni *, in previsione della dichiarazione dello stato di Palestina. Trenta sono gia arrivati, altri in arrivo.


La LDJ è proibita negli US e persino in Israele perché considerata un organizzazione terroristica che si è macchiata in US ed Europa di attentati terroristi.
Ebbene in Francia no, non solo è consentita, ma protetta dalla Polizia - gode di una quasi completa impunità. Nonostante le prove di conclamato coinvolgimento in fatti criminali gravissimi questa gente non viene ne imputata ne processata.

Fondata a New York nel 1968 dal rabbino americano Meir Kahane si ritrova sotto pseudonimi diversi: in Israele, il partito fratello della JDL, Kach (Kahane Chai è diventato, "vive Kahane") è stato bandito nel 1994 con leggi anti-terrorismo dopo la strage di Hebron, perpetrato da un membro del Lega (29 morti). JDL e Kach condividono lo stesso logo, negli Stati Uniti, Kahane Chai è nella lista delle organizzazioni terroristiche in Francia, l'originale "Libertà di associazione - La democrazia e il giudaismo ", creato nel 2001, fu sciolta due anni dopo, secondo l'articolo di Wikipedia dedicato alla JDL. La Lega, che non è mai stata ufficialmente registrata, né proibita, è stata ripetutamente implicata in atti di violenza. Alcuni dei suoi membri o "simpatizzanti" sono stati condannati. Nel 2002, un agente di polizia è rimasto gravemente ferito durante una manifestazione a Parigi. Più di recente, a maggio, durante una serata indetta da associazioni pro-palestinesi è stata gravemente disturbata dal gruppo.


Da Tarik Hamzaoui
"( AIUTO!!!…..Ne sono sicuro!!! Che banda di vermi!!! Fate girare l'informazione!!!! ) Ho avuto informazioni circa la partenza di i razzisti della LDJ, sono già trenta ad essere arrivati sul posto in Palestina nei territori occupati, sono partiti Venerdì mattina e domani saranno ancora una quindicina a viaggiare da Roissy!!!! Vanno ad aiutare i coloni ad aggredire i Palestinesi! "

( Adbusting by Erminia * )
Alcuni link ( francese ) : http://www.dazibaoueb.com/article.php?art=26221 http://www.rue89.com/2011/09/15/israel-des-extremistes-francais-en-renfort-aupres-des-colons-juifs-221823?page=15

http://www.libertaire.eu/article-2469802.html

http://idata.over-blog.com/0/26/07/67/ligue-de-defense-juive.jpg

una lista delle aggressioni e dei crimini attendibile
impuniti naturalmente http://lesogres.info/article.php3?id_article=4392


aggressione alla libreria :
http://www.dailymotion.com/video/x9zkdo_dissolution-ligue-de-defense-juive_news
http://www.youtube.com/watch?v=WqamyI5xii4&feature=youtu.be

http://youtu.be/3QVxL6ugoZ0
http://youtu.be/mVGKBqho5rs
http://youtu.be/-dwjhxhCsrI
http://youtu.be/THzsOWMLx_0
http://youtu.be/w4Oo69CUkmk

IN FRANCESE : AM NOT YOURS

Ringraziamenti particolari a Erminia (AMNOTYOURS ) per link e adbusting .
Nota da pagina Facebook di Vittorio Arrigoni