sabato 4 febbraio 2012

No, i palestinesi non devono le loro scuse a Ban Ki-moon !



Lo scorso 2 febbraio a Gaza Ban Ki-moon , in visita a Gaza, è stato accolto al valico di Erez da gruppi di palestinesi che hanno protestato energicamente ( vedi video ) in seguito al suo rifiuto di incontrare le famiglie dei prigionieri politici detenuti nelle carceri israeliane.
Il lancio di scarpe deve essere sembrato davvero troppo ..
se l'OLP si è affrettata a presentargli le scuse.
Le scuse per conto di chi ?

Poco da aggiungere all'ottimo articolo di Shahd, giovane donna di Gaza,
blogger e studentessa di letteratura inglese.

Chapeau Shahd !





I Palestinesi non devono le loro scuse a Ban Ki-moon
di Shahd Abusalama
Traduzione a cura di Rough Moleskin

I prigionieri politici non sono solo numeri.

Ieri sera, un nuovo amico ha notato quanto io cerchi di mettere in evidenza la questione dei prigionieri politici palestinesi in ciò che scrivo. Questo ci ha portato a chiacchierare a lungo riguardo al mio interesse nel proporre le loro storie. Ho iniziato spiegandogli che essere la figlia di un ex detenuto ha influenzato la mia passione verso la mia patria e la sensazione di avere un dovere rispetto alla mia gente e soprattuttorispetto ai nostri prigionieri dimenticati.

Gli ho spiegato come la mia partecipazione alla protesta settimanale con le famiglie dei prigionieri abbia finito per rappresentare una cura psicologica per i miei turbamenti. E' vero. A volte mi sento davvero triste, ma quando vedo sorridere la madre, la moglie o la figlia di un prigioniero, il mio morale stranamente si risolleva. Interagire con le famiglie dei prigionieri e ascoltare le loro storie, cariche di sofferenze ed orgoglio, ha generato un caloroso rapporto tra noi. Sono diventate una parte importante della mia vita, e una ragione di vita.

Ho sempre criticato la maniera in cui i prigionieri vengono presentati come numeri. Le notizie spesso li rappresentano come mere statistiche omettendo che dietro queste cifre ci sono esseri umani alla disperata ricerca di giustizia e di una vita dignitosa. Umanizzare la loro situazione e dare voce alle loro storie è stato l'obiettivo principale dei miei scritti - con la fiducia nel genere
umano che mi dà speranza che queste storie possano risvegliare le coscienze e trasformarsi in azione.

Inconsciamente la mia vita di recente si è concentrata su
Khader Adnan. Lui è un 'detenuto amministrativo' che è in sciopero della fame dal 17 dicembre per protestare contro la sua illegale detenzione senza processo. Ho seguito gli aggiornamenti sul suo continuo sciopero della fame, il suo silenzio, il peggiorare del suo stato di salute, il divieto di visita da parte della sua famiglia, l'indifferenza e l'abbandono della sua situazione da parte del Servizio Carcerario Israeliano (IPS). A Gaza si sono tenute numerose manifestazioni in solidarietà con lui e la sua famiglia, una famiglia terrorizzata dal fatto che ogni nuova alba possa essere messaggera della sua morte. [ Khader Adnan è al suo 50° giorno di sciopero della fame e del silenzio, ndt , vedi anche su AIC , in italiano ]


La visita di Ban Ki-moon a Gaza

A cominciare dalla storia di Khader Adnan, una storia che si è ripetuta migliaia di volte in Palestina, fino alla notizia della visita del Segretario Generale dell'Onu Ban Ki-moon, la mia mente è stata dominata dalla rabbia e dalla frustrazione.
I rappresentanti delle famiglie dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane e le famiglie dei martiri volevano far parte della delegazione che avrebbe incontrato Ban. Personaggi della società civile hanno operato con intensi sforzi per assicurare che questo sarebbe accaduto affinché le loro richieste e i lunghi anni di sofferenza trovassero ascolto. Tuttavia Ban ha semplicemente rifiutato di incontrare queste persone che chiedevano null'altro che il suo sostegno e la tutela dei loro diritti violati. Giovedì scorso, una folla inferocita, che era anche a conoscenza delle sue ripetute visite all'ex prigioniero israeliano Gilaad Shalit, ha lanciato scarpe e sassi al suo convoglio mentre stava entrando a Gaza.

Ho visto il video delle famiglie dei detenuti lanciare scarpe e pietre. E, onestamente, mi ha riempito di gioia e di orgoglio per il mio popolo. Ho pensato che questo avrebbe potuto mettere in cattiva luce di fronte alla comunità internazionale. Ma avrei una unica risposta per quanti si affrettano a definire i palestinesi come semplici 'lanciatori di scarpe contro diplomatici': tra questi 'lanciatori di scarpe' ci sono gli infuriati parenti dei prigionieri che hanno sopportato condizioni terribili tra le spietate mani dei carcerieri israeliani. Sono frustrati rispetto alle parzialità di Ban per Israele e sono stati testimoni quanto basta della brutalità e della tirannia israeliana così come delle violazioni dei loro diritti basilari garantiti dal diritto internazionale e dalle Convenzioni di Ginevra. Queste persone sono state alimentate dalla rabbia degli oltre 5 anni di vita sotto il blocco imposto da Israele, dichiarata illegale dalle stesse Nazioni Unite. A loro non è stato concesso di visitare i propri parenti in carcere da quando Hamas è stato democraticamente eletto, boicottato dalle Nazioni Unite e emarginato come organizzazione terroristica.


Om Ibrahim Baroud si è unita alla folla inferocita che ha accolto Ban 'in modo irrispettoso'

Guardando il video ho visto Om Ibrahim Baroud unirsi alla folla che ha salutato Ban. Baroud è la 75enne madre di un prigioniero politico che ha trascorso 26 anni nelle galere israeliane e, da 26 anni, non ha mai smesso di chiedere la libertà per suo figlio. Nonostante la sua età ha sempre partecipato ad ogni sciopero della fame per i prigionieri indetto da quando suo figlio è detenuto e non ha mai mancato una protesta per i prigionieri politici palestinesi. Lei dice sempre: "Non sono solo la madre di Baroud Ibrahim, ma di tutti i prigionieri oppressi. Continuerò a chiedere la loro libertà finché vivrò". Lo scorso lunedì, alla protesta settimanale alla Croce Rossa, zoppicava a causa di un dolore alla gamba ma, nonostante ciò, era a digiuno in solidarietà con Khader Adnan e tutti i prigionieri. Ha parlato per i detenuti agli organi di stampa facendo appello ad ogni organizzazione per i diritti umani affinché testimonino la sofferenza dei prigionieri e perché agiscano.

Nel video era arrabbiata come non mai e concentrava tutta la sua forza fisica per colpire il convoglio di Ban con un bastone. La sua forza ha sempre impressionato chiunque la conosca. "Lo so che per Ban non sono null'altro che la madre di un terrorista" mi ha detto a telefono con rabbia "perché mai avrebbe dovuto preoccuparsi di ascoltarmi? Lui deve sapere che sono la madre di un essere umano che merita dignità anche in stato di detenzione. E che io sono un essere umano che merita di essere ascoltato".

Nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a biasimare questa madre alla quale è stata negata la possibilità di abbracciare suo figlio per 26 anni. Nessuno dovrebbe darle torto perchè ha assistito agli innumerevoli attacchi su Gaza, specialmente durante l'operazione del 2008-2009 [ Piombo Fuso, ndt ]. Lei ha visto le bombe al fosforo, vietate dal diritto internazionale, cadere sui civili che si erano rifugiati nella scuola dell'UNRWA 'Al Fakhoura' dopo essere fuggiti dalle proprie case. Lei ci vive vicino. Non biasimatela per la sua manifestazione di rabbia dopo aver sentito Ban Ki-moon ringraziare per la sua 'generosità' il Ministro della Difesa israeliana Ehud Barak ( l'architetto della guerra 2008/2009 su Gaza).. la sua generosità nel redimere il mondo da 352 bambini che , se non fossero stati uccisi, avrebbero potuto crescere come terroristi rappresentando così una minaccia per la sacra sicurezza di Israele? Non biasimatela, né lei, né nessun altro palestinese visto che le Nazioni Unite non hanno fatto nulla contro Israele per i crimini che ha commesso anche nelle sedi dell UNRWA. Piuttosto, le Nazioni Unite, dimostrano la loro parzialità verso Israele mentre siamo continuamente terrorizzati dall'occupazione israeliana da quando si è stabilita illegalmente attraverso la pulizia etnica.


I Palestinesi non devono le loro scuse a Ban Ki-moon

Dopo questo 'irrispettoso benvenuto' a Ban Ki-moon dalle infuriate famiglie dei prigionieri e dei martiri, l'OLP vergognosamente gli ha mandato le sue scuse.

A questo punto mi permetto io di parlare per conto dei palestinesi a di dire con orgoglio: " Noi non dobbiamo scuse! ". E aggiungo: "L'OLP non ci rappresenta."
Non sono i palestinesi a doversi scusare.
Dovrebbe farlo chi continua a parlare di diritti umani, chi assiste alle continue e chiare violazione dei diritti umani ma non fa nulla e piuttosto insabbia i crimini contro l'umanità di Israele.
In realtà migliaia di scuse non basterebbero a sanare le profonde ferite sanguinanti che i palestinesi soffrono per l'esistenza di Israele e dal lungo corso dell'occupazione.


Shahd Blog : Palestine from my eyes



( rivisto il 5 febbraio 2012 )

giovedì 29 dicembre 2011

Tra PACE e RIVOLUZIONE, di Nagham Yassin ( Al Quds, Palestina )

Sui concetti 'Pace' - 'Resistenza' - 'Rivoluzione' , ma soprattutto 'Rispetto'.
Grazie Nagham !


Mercoledì 28 dicembre 2011
Traduzione di RENATO TRETOLA


*


Un caro amico una volta mi disse: “Non parlare di fiori se non sai niente della natura”


Questo articolo è dedicato a tutti i rivoluzionari e a tutti i portatori di pace del mondo.
Rispetto per tutti voi.

Qualche giorno fa sono stata coinvolta in un piccolo confronto, nel quale sono stata costretta a rispondere su una dichiarazione di una certa persona su un sito internet… Il confronto riguardava la rivoluzione, la violenza e la distruzione che essa porta con sé e la diversa percezione di rivoluzione e pace…

Ho pensato molto all’idea di pace e ho letto molto sulle persone che hanno creduto nei metodi pacifici per risolvere piccoli e grandi problemi nel mondo. La pace è stata un’idea ben definita in diversi Paesi in tutto il mondo in diversi periodi storici: per esempio Nelson Mandela in Sudafrica, il Mahatma Gandhi in India, Martin Luther King negli Stati Uniti d’America e Madre Teresa dall’Albania, in aggiunta a molti altri che pure hanno creduto alla pace, e ai quali anche io credo. Il loro ardente desiderio di pace e la loro dedizione alla causa in cui credevano ha ispirato me e milioni di persone in tutto il mondo alla ricerca della pace, allo scopo di ottenere una vita migliore. Bob Marley, per esempio, è il mio modello quando si tratta di lottare per la libertà; credeva che potesse essere trovato del buono nell’animo di ogni essere umano, ha dedicato sè stesso e la propria vita per diffondere a modo suo la pace. Marley ha lottato per la sua causa fino all’ultimo respiro. Una volta disse: “La gente che prova a diffondere l’odio nel mondo non si ferma mai, perché dovrei farlo io?”… Così, ogni volta che vedo o mi imbatto nella violenza e la sento dilagare sempre più e prendere il controllo delle menti e delle anime, io rafforzo la mia convinzione, come faceva Bob Marley… e credo che davvero la bontà esista nelle persone!
Il mio ragionamento su quella dichiarazione è stato che, nonostante la violenza e la distruzione che una rivoluzione può portare con sé, io non sarò mai contro una rivoluzione se questa può portare pace al popolo che la sta facendo… La loro rivoluzione rappresenta la loro brama di quella pace e quella democrazia che non hanno avuto la possibilità di sperimentare…
Nessuno ha il diritto di giudicare coloro che desiderano morire per la causa in cui credono piuttosto che vivere sotto una spietata occupazione.
Molti di noi hanno opinioni differenti sul problema delle differenze tra pace e rivoluzione, ma è tutta una questione di princìpi.
E siccome ho il diritto di parlare, dirò la mia opinione… in quanto ragazza di 18 anni, cresciuta e tuttora residente a Gerusalemme, la città della pace, in quanto ragazza che ha vissuto anche a Ramallah in Cisgiordania durante la seconda Intifada, posso con certezza dire che a Gerusalemme ho visto tutto tranne che la pace e anche che qualcosa sulla pace e sulla rivoluzione la conosco!
Non ricordo tante cose di quando vivevo a Ramallah nel corso della seconda Intifada, ma vi assicuro che ho avuto una infanzia straordinaria. Ho imparato di tutto, giovanissima, sulle armi e sulle bombe, non capivo molto bene la situazione palestinese, tuttavia sapevo che quei soldati che vedevo ai checkpoint ogni mattina era gente cattiva; oltre al fatto che mio padre strepitava sempre quando attraversavamo un checkpoint, io li odiavo ancor di più perché era sempre per colpa loro che facevo tardi a scuola.
Crescendo ho imparato il truce significato di “Occupazione” e di altri concetti che ne conseguivano – libertà, carcere, Intifada, pace, rivoluzione, guerra, odio, rabbia, notizie, bombe, soldati, checkpoint, fucili, carri armati ecc…
Ancora oggi, ogni volta che entro a Ramallah mi ricordo il posto in cui i soldati mettevano i sacchi di sabbia; io dicevo sempre che se avessero continuato a usare la sabbia come scudi, non ne avrei trovata per giocarci la prossima volta che sarei andata al mare!

Quello che sto provando a dire, o a dimostrare, è che ho conosciuto la pace esattamente quanto voi, miei cari lettori, e chiunque altro nel mondo, e forse anche di più… Purtroppo non ho mai vissuto in un periodo di pace, eppure la conosco molto bene.
E quanto alla pace nel mondo, è come se qualcuno bevesse acqua davanti a me e mi dicesse quanto è bello farlo, senza darmene neanche un piccolo sorso!
Molti dicono che i metodi pacifici sono la scelta giusta da fare e che il mondo ha già sprecato troppe vite per sprecarne ancora altre usando la violenza, mentre altri dicono: “La libertà deve essere conquistata, non concessa”, oppure: “Ciò che è stato preso con la forza, può essere restituito solo con la forza”.
Cari lettori, ascoltatemi fino in fondo…
Io non rifiuto la pace e non sto provando ad invocare la violenza. Sto solo provando a darvi un piccolo accenno su quello che sta realmente accadendo nel mondo mentre voi parlate di quanto sia bella la pace!
• Più del 60% dei Palestinesi soffrono la povertà a causa dell’occupazione.
• Circa 5.050 persone sono state uccise solo nel corso della seconda Intifada!
• Ci sono ad oggi più di 10.400 Palestinesi reclusi nelle carceri israeliane…
• Nel corso del conflitto nel Darfur, sono state uccise circa 300.000 persone.
• Dall’inizio della rivoluzione in Siria, sono state uccise più di 5.000 persone!
Chiedo scusa, ho sempre odiato usare i numeri, soprattutto quando si parla di martiri… ma, ahimè, vi sono costretta.

Il mio semplice messaggio è che la pace è una gran bella cosa e che la gente che muore ogni giorno in Palestina, in Sudan, in Siria, in Egitto e in ogni altro posto del mondo, conosce perfettamente cosa sia la pace, esattamente come me!
Tutti noi invochiamo la pace e tutti noi vogliamo la pace. Nessun potere nel mondo può farci smettere di urlare che NOI VOGLIAMO VIVERE IN PACE…
Per quel che mi riguarda, darei la mia vita per portare la pace nel mondo in cui vivranno i miei figli in futuro.
Ho rispetto per tutte le persone che combattono con la propria vita per la pace e per coloro che usano la propria personale strada di pace per diffondere la pace in tutto il mondo.


* artwork by
Hafez Omar


domenica 25 dicembre 2011

h_over_craft per Vittorio Arrigoni


" Continueremo a fare delle nostre vite poesie fino a quando libertà non verrà declamata sopra le catene spezzate di tutti i popoli oppressi. "

Vittorio Arrigoni








Artwork by
ROUGH_CRAFT 4 Palestine :
h_over_craft_11 & rough moleskin
* Ph. Ahmad Hamad ( shuqran sadiqi )

domenica 6 novembre 2011

L'eccezionalità di Israele: normalizzare l'anormale - PACBI

Traduzione di Renato Tretola

Nella lotta palestinese ed araba contro la colonizzazione, l'occupazione e l'apartheid, la "normalizzazione" di Israele è un concetto che ha generato diverse controversie, poiché spesso viene frainteso, oppure perché ci sono disaccordi su quelli che sono i suoi criteri; e questo nonostante il quasi unanime consenso tra i Palestinesi e tra i popoli del mondo arabo sul rifiuto a trattare Israele come Stato "normale" con cui si possano intrattenere relazioni regolari. In questa sede tratteremo la definizione di normalizzazione che la grande maggioranza della società civile palestinese, quella rappresentata dal movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), ha adottato a partire da novembre 2007, e analizzeremo le sfumature che tale definizione assume in diversi contesti.

Può essere utile pensare alla normalizzazione come ad una "colonizzazione della mente", in base alla quale il soggetto oppresso finisce per credere che la realtà dell'oppressore sia la sola realtà "normale" alla quale si debba aderire e che l'oppressione sia un dato di vita con cui bisogna aver a che fare. Chi partecipa alla normalizzazione ignora questa oppressione oppure la accetta come lo status quo con cui bisogna convivere. In uno dei suoi tentativi di autoassolversi per le proprie violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani, Israele prova a crearsi un nuovo marchio [1], o presentarsi come normale - anzi "illuminato" - attraverso una serie di relazioni e di attività che spaziano dal campo culturale e quello legale, dall'hi-tech alla cultura LGBT e ad altri.

Un principio-chiave che il termine "normalizzazione" sottende è che esso è interamente basato su considerazioni di carattere politico, più che razziale, ed è quindi in perfetta sintonia con il rifiuto da parte del movimento BDS di tutte le forme di razzismo e di discriminazione razziale. Opporsi alla normalizzazione è un mezzo per resistere all'oppressione, ai suoi meccanismi e alle sue strutture. In quanto tale, opporsi è dunque attività assolutamente slegata, o incondizionata, dall'identità dell'oppressore.

Dividiamo la normalizzazione in tre categorie che corrispondono alle differenze inerenti ai vari contesti dell'oppressione coloniale e all'apartheid di Israele. È importante considerare queste definizioni minime come base per azioni operative e di solidarietà.



1) La normalizzazione nel contesto dei Territori Occupati e del mondo arabo

La Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PACBI) ha definito espressamente la normalizzazione in un contesto palestinese ed arabo "come la partecipazione ad un qualsiasi progetto, iniziativa o attività, in Palestina o a livello internazionale, che miri (implicitamente o esplicitamente) a riconciliare i Palestinesi (e/o gli Arabi) con gli Israeliani (tanto la popolazione che le istituzioni) senza porsi come meta la resistenza alla, e lo scontro con la, occupazione israeliana e con tutte le forme di discriminazione e di oppressione contro il popolo palestinese"[2]. Questa è la definizione approvata dal comitato nazionale del BDS (BNC).

Per i Palestinesi della Cisgiordania occupata (compresa Gerusalemme Est) e di Gaza, qualunque progetto intrapreso con gli Israeliani che non sia posto all'interno di un contesto di resistenza, serve a normalizzare le relazioni. Definiamo questo "contesto di resistenza" come basato sul riconoscimento dei diritti fondamentali del popolo palestinese e sull'impegno a resistere, in diversi modi, a tutte le forme di oppressione contro i Palestinesi, compresa la fine dell'occupazione (ma non limitatamente ad essa), il riconoscimento di pieni ed eguali diritti per i cittadini palestinesi di Israele, il sostegno e la promozione del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi; questa può in modo appropriato essere definita una posizione di "co-resistenza"[3]. Fare altrimenti significa consentire che relazioni quotidiane e ordinarie esistano accanto ai continui crimini commessi da Israele contro il popolo palestinese, e indipendentemente da essi. Questo a sua volta alimenta la compiacenza e fornisce una falsa e deleteria impressione di normalità in una situazione palesemente anormale di oppressione coloniale.

I progetti, le iniziative e le attività che non abbiano inizio da una base di principi condivisi di resistenza all'oppressione israeliana, puntualmente consentono un approccio a Israele come se le sue violazioni possano essere messe da parte e rinviate e come se la coesistenza (opposta alla "co-resistenza") possa precedere o condurre alla fine dell'oppressione. In questo processo i Palestinesi, a prescindere dalle intenzioni, finiscono col servire da foglia di fico per gli Israeliani, che possono trarre beneficio da un ambiente in cui tutto continui come se niente fosse, forse persino consentendo agli Israeliani in questo modo di sentirsi con la coscienza pulita per aver coinvolto i Palestinesi che di solito li si accusa di opprimere e discriminare.

I popoli del mondo arabo, con le loro diverse identità e i loro diversi background nazionali, religiosi e culturali, il cui futuro è più tangibilmente legato al futuro dei Palestinesi rispetto a quanto non lo sia generalmente il resto della comunità internazionale, non ultimo a causa delle continuate minacce politiche, economiche e militari da parte di Israele ai loro Paesi, nonché a causa della vicinanza ancora predominante e forte con i Palestinesi, si trovano di fronte a questioni simili in merito alla normalizzazione. Fintantoché l'oppressione israeliana continua, qualunque approccio con gli Israeliani (singoli o istituzioni che siano) che non avviene all'interno del contesto di resistenza sopra definito serve a ribadire la normalità dell'occupazione israeliana, del suo colonialismo e del suo apartheid nelle vite della gente nel mondo arabo. È quindi indispensabile per tutti nel mondo arabo evitare ogni relazione con gli Israeliani che non sia fondata sulla "co-resistenza". Non si tratta di un appello ad evitare di comprendere gli Israeliani, la loro società e il loro sistema politico. È piuttosto un appello a condizionare qualsiasi conoscenza e qualsiasi contatto di questo tipo secondo i principi della resistenza, fino a quando arriverà il tempo in cui i diritti dei Palestinesi e degli Arabi saranno pienamente soddisfatti.

Gli attivisti BDS possono sempre andare oltre i nostri requisiti minimi se dovessero identificare delle sottocategorie all'interno di quelle che abbiamo identificato. In Libano o in Egitto, ad esempio, gli attivisti della campagna di boicottaggio possono andare oltre la definizione di normalizzazione data dal PACBI/BNC, considerata la loro posizione nel mondo arabo, mentre quelli che si trovano in Giordania, per dire, possono formulare riflessioni differenti.

2) La normalizzazione nel contesto dei cittadini palestinesi di Israele

I cittadini palestinesi di Israele - quei Palestinesi che sono rimasti tenacemente sulla propria terra dopo la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 a dispetto dei ripetuti sforzi di espellerli e di sottoporli alla legge militare, alla discriminazione istituzionalizzata e all’apartheid [4] - si misurano con tutt’altra serie di considerazioni. Essi si trovano ad affrontare due forme di normalizzazione. La prima, che possiamo chiamare relazione coercitiva quotidiana, è quella serie di relazioni che un popolo colonizzato, e coloro che vivono sotto apartheid, sono costretti a intrattenere per sopravvivere, condurre la vita quotidiana e guadagnarsi da vivere all'interno delle strutture oppressive costituite. Per i cittadini palestinesi in Israele, in quanto contribuenti, tali relazioni coercitive quotidiane vanno dall’impiego quotidiano in luoghi di lavoro israeliani all'uso dei servizi pubblici e delle istituzioni, come scuole, università ed ospedali. Tali relazioni coercitive non sono esclusive di Israele ed erano già presenti in altri contesti coloniali e di apartheid quali, rispettivamente, l'India e il Sudafrica. Ai cittadini palestinesi di Israele non si può ragionevolmente chiedere di recidere questi rapporti, o quanto meno non ancora.

La seconda forma di normalizzazione è quella nella quale i cittadini palestinesi di Israele non sono invece costretti a relazionarsi con Israele per necessità di sopravvivenza. Tale normalizzazione può comprendere la partecipazione a forum internazionali come rappresentanti di Israele (come nel concorso canoro Eurovision) o a eventi israeliani destinati a un pubblico internazionale. La chiave per comprendere tale forma di normalizzazione è considerare che quando i Palestinesi intraprendono tali attività senza inserirle all'interno dello stesso "contesto di resistenza" sopra descritto, contribuiscono, anche se involontariamente, a costruire un’ingannevole apparenza di tolleranza, democrazia e vita normale in Israele per un pubblico internazionale che potrebbe non conoscere meglio la questione. Gli Israeliani e le loro istituzioni possono a loro volta usare tutto ciò contro i promotori del BDS internazionale e contro coloro che lottano contro le ingiustizie israeliane, accusandoli di essere "più santi" dei Palestinesi. Negli esempi appena forniti, i Palestinesi promuovono relazioni con le istituzioni ufficiali israeliane al di là di ciò che costituisce il mero bisogno di sopravvivenza. L'assenza di vigilanza in questo campo ha l'effetto di trasmettere all’opinione pubblica palestinese l’idea che può convivere e accettare l'apartheid, che anzi dovrebbe relazionarsi con gli Israeliani sul loro stesso terreno e rinunciare a qualunque atto di resistenza. Quest'ultimo è un tipo di normalizzazione con la quale molti cittadini palestinesi di Israele, insieme alla PACBI, si trovano sempre più spesso ad identificare e combattere.

3) La normalizzazione nel contesto internazionale

In campo internazionale la normalizzazione non funziona poi troppo diversamente e segue la stessa logica. Mentre il movimento BDS prende di mira le istituzioni israeliane complici, nel caso della normalizzazione ci sono altre sfumature da tenere in considerazione.
Generalmente ai sostenitori internazionali del BDS si chiede di astenersi dal partecipare a eventi che a livello morale o a livello politico mettano sullo stesso piano l’oppressore e l’oppresso, e che presentino il rapporto tra Palestinesi e Israeliani come simmetrico [5]. Una tale eventualità è da boicottare poiché normalizza la dominazione coloniale di Israele sui Palestinesi, ignorando le strutture di potere e le relazioni insite nell'oppressione.


Dialogo

In tutti questi contesti, "dialogo" e partecipazione sono spesso presentati come alternativi al boicottaggio. Il dialogo, se avviene al di fuori di quel "contesto di resistenza" che abbiamo delineato, diventa un dialogo fine a se stesso, vale a dire una forma di normalizzazione che intralcia la lotta per porre fine all'ingiustizia. I processi di dialogo, "risanamento", "riconciliazione" che non siano finalizzati a mettere fine all'oppressione, a prescindere dalle intenzioni che ci sono dietro, servono solo a privilegiare la co-esistenza nell'oppressione ai danni della co-resistenza, in quanto presuppongono la possibilità di una coesistenza prima che si abbia giustizia. L'esempio del Sudafrica chiarisce alla perfezione questo punto; lì la riconciliazione, il dialogo ed anche l'indulgenza sono venuti dopo la fine dell'apartheid, non prima, nonostante i legittimi interrogativi sulle condizioni tuttora esistenti di ciò che qualcuno ha chiamato "apartheid economico".

Due esempi di tentativi di normalizzazione: OneVoice e IPCRI

Mentre molti, se non proprio la maggioranza, dei progetti di normalizzazione sono sponsorizzati e finanziati da organizzazioni internazionali e da governi, molti di questi sono realizzati da partner palestinesi e israeliani, spesso con generosi finanziamenti internazionali. La cornice politica, spesso israelo-centrica, della "partnership", è uno degli aspetti più problematici di questi progetti e istituzioni congiunti. L'analisi della PACBI su OneVoice [6],

un'organizzazione congiunta israelo-palestinese rivolta ai giovani con sedi in Nord America e propaggini in Europa, ha rivelato che OneVoice è un altro di quei progetti che riuniscono Palestinesi ed Israeliani non per lottare insieme contro le politiche coloniali e di apartheid di Israele, ma per fornire piuttosto un limitato programma di azione sotto lo slogan della fine dell'occupazione e la fondazione di uno Stato palestinese, mentre contemporaneamente si rinsalda l'apartheid israeliano e si ignorano i diritti dei profughi palestinesi, che costituiscono la maggioranza del popolo palestinese. La PACBI ha concluso che, in sostanza, OneVoice e altri programmi simili servono solo a normalizzare l'oppressione e l'ingiustizia. Il fatto che OneVoice consideri i "nazionalismi" e i "patriottismi" delle due "parti" come se fossero alla pari ed ugualmente fondati ne è un indicatore significativo. Vale la pena far notare come praticamente l'intero spettro delle organizzazioni e associazioni giovanili e studentesche palestinesi all'interno dei Territori occupati abbia inequivocabilmente condannato i progetti di normalizzazione come OneVoice[7].

Un'organizzazione simile, anche se con un diverso target di riferimento, è l'Israel/Palestine (IPCRI) (Centro di ricerca e informazione Israelo/Palestinese), che si definisce "l'unico gruppo israelo-palestinese al mondo di esperti di politiche pubbliche dedicato alla soluzione del conflitto israelo-palestinese sulla base del principio 'due stati per due popoli'". L'IPCRI "riconosce i diritti del popolo ebraico e del popolo palestinese a soddisfare i propri interessi nazionali in un contesto di soddisfacimento del diritto all'autodeterminazione nazionale all'interno dei rispettivi Stati ed instaurando relazioni pacifiche tra i due Stati democratici che vivranno fianco a fianco." [8] In questo modo si sostiene uno stato di apartheid in Israele che priva dei diritti civili i cittadini palestinesi e ignora il diritto al ritorno, sancito dall'Onu, dei profughi palestinesi.

Esattamente come OneVoice, l'IPCRI adotta l’onnipresente "paradigma del conflitto" mentre ignora la dominazione e l'oppressione che caratterizza le relazioni dello Stato di Israele con il popolo palestinese. L'IPCRI opportunisticamente non si interessa ad un’analisi delle radici di questo "conflitto", su che cosa verte, e su quale "parte" ne stia pagando il prezzo. Proprio come OneVoice, l'IPCRI glissa sul dato storico e sulla instaurazione di un regime coloniale in Palestina seguito all'espulsione della maggioranza della popolazione indigena di quel territorio. Il momento maggiormente significativo della storia del "conflitto" non viene dunque riconosciuto. La storia della costante espansione coloniale, dello spossessamento e del trasferimento forzato dei Palestinesi viene anch'essa opportunamente ignorata. Con le proprie omissioni, l'IPCRI nega il contesto di resistenza che abbiamo precedentemente delineato e conduce Palestinesi e Israeliani in un tipo di relazione che privilegia la co-esistenza sulla co-resistenza. Ai Palestinesi si chiede di adottare il punto di vista israeliano su di una soluzione pacifica e non un punto di vista che riconosca i loro pieni diritti, come definiti dall'Onu.

Un ulteriore aspetto preoccupante, ma anch'esso totalmente prevedibile, del lavoro dell'IPCRI è il coinvolgimento attivo nei suoi progetti di personale e personaggi israeliani implicati nelle violazioni dei diritti del popolo palestinese e in gravi infrazioni del diritto internazionale. Lo Strategic Thinking and Analysis Team (STAT - Team di pensiero e analisi strategiche) dell'IPCRI comprende, oltre a funzionari palestinesi, ex diplomatici israeliani, ex generali di brigata dell'esercito israeliano, personale del Mossad e quadri del Consiglio nazionale di sicurezza israeliano, molti dei quali legittimamente sospettati di aver commesso crimini di guerra. [9]

Non sorprende dunque che il desiderio di porre fine al "conflitto" e realizzare "una pace duratura", entrambi slogan di questi ed altri sforzi simili di normalizzazione, non hanno nulla a che fare con la giustizia per i Palestinesi. Infatti il termine "giustizia" non trova posto nell'agenda della maggior parte di queste organizzazioni, né si trova alcun chiaro riferimento al diritto internazionale come arbitro ultimo, lasciando i Palestinesi alla mercé del ben più potente Stato di Israele.

La descrizione, da parte di uno scrittore israeliano, del cosiddetto Centro per la pace "Peres", una delle maggiori organizzazioni coloniali e di normalizzazione, può anch'essa ben rappresentare il programma di fondo dell'IPCRI e di quasi tutte le organizzazioni che lavorano per la normalizzazione:

«Nell'attività del Centro per la pace "Peres" non si vede alcuno sforzo evidente di cambiare lo status quo politico e socio-economico nei territori occupati, ma anzi l'esatto contrario: sforzi vengono compiuti per allenare la popolazione palestinese ad accettare la propria inferiorità e prepararsi a sopravvivere sotto le limitazioni arbitrarie imposte da Israele per garantire la superiorità etnica degli Ebrei. Sostenendo il colonialismo, il centro presenta un olivicoltore che scopre i vantaggi del marketing cooperativo, un pediatra che riceve formazione professionale negli ospedali israeliani e un importatore palestinese che apprende i segreti del trasporto delle merci attraverso i porti israeliani, famosi per la loro efficienza e, naturalmente, partite di calcio e orchestre composte di Israeliani e Palestinesi, con una falsa immagine di coesistenza.» [10]

La normalizzazione di Israele - normalizzare l'anormale - è un processo perfido e sovversivo che lavora per occultare le ingiustizie e colonizzare le parti più intime degli oppressi: le loro menti. La collaborazione con queste organizzazioni che servono esattamente a questo scopo è, quindi, uno dei primi bersagli del boicottaggio, nonché un espediente che i sostenitori del BDS devono affrontare insieme.

PACBI

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[1] http://www.forward.com/articles/2070/

[2] Tradotto dall'arabo in inglese: http://www.pacbi.org/atemplate.php?id=100

[3] http://www.pacbi.org/etemplate.php?id=1673

[4] http://www.pacbi.org/etemplate.php?id=1645

[5] http://www.pacbi.org/etemplate.php?id=1108

[6] http://www.pacbi.org/etemplate.php?id=1436

[7] http://pacbi.org/atemplate.php?id=163 (in arabo)

[8] http://www.ipcri.org/IPCRI/About_Us.html

[9] http://www.ipcri.org/IPCRI/R-Projects.html

[10] Meron Benvenisti, "A monument to a lost time and lost hopes", Haaretz, 30 October 2008. http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/a-monument-to-a-lost-time-and-lost-hopes-1.256342

Posted on 31-10-2011

Link all'articolo originale: http://www.pacbi.org/etemplate.php?id=1749

domenica 23 ottobre 2011

Il FPLP sullo scambio di prigionieri - da Khaled Al Qaisi

Ricevo e pubblico da Khaled, che ringrazio .




Abu M è un militante di lungo corso del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina; ha 42 anni e di questi 11 ne ha trascorsi nelle prigioni israeliane. E’ stato arrestato 15 volte.

Lo abbiamo incontrato al campo profughi di Deisha e abbiamo parlato con lui dell’attuale situazione politica palestinese e del ruolo del FPLP in questa fase.

Qui di seguito la trascrizione dell’intervista:

All’indomani della conclusione della prima fase del rilascio di prigionieri che giudizio date dell’accordo di scambio raggiunto da Hamas e lo Stato sionista?

La liberazione anche di un solo prigioniero palestinese è già di per sé una vittoria.

Il dato nuovo rispetto al passato è che questa volta il prigioniero israeliano ha trascorso l’intero periodo di detenzione in territorio palestinese.

Il grande merito di questo accordo consiste nel aver ottenuto il rilascio di 1/3 dei detenuti condannati a più di un ergastolo; nelle carceri israeliane c’erano 820 prigionieri condannati a multipli ergastoli; ne sono usciti 320.

Detto questo, l’accordo raggiunto non è privo di criticità che con una gestione diversa si sarebbero potute facilmente evitare:

innanzitutto lo scambio è avvenuto in un momento estremamente inopportuno: sarebbe stato meglio posticiparlo a dopo la fine dello sciopero della fame iniziato quasi un mese fa dai prigionieri palestinesi.

Con tutta l’attenzione mediatica che comprensibilmente si è guadagnato, il rilascio dei prigionieri rischia di offuscare la lotta di centinaia di detenuti in sciopero della fame. Di questi la parte più cospicua è costituita da militanti del FPLP. 400 in tutto.

L’inopportunità politica del momento si evince inoltre anche dalla situazione di crisi che il governo Netanyahu attraversava prima dello scambio e che adesso proprio in virtù dell’incremento di popolarità legata al ritorno a casa di Shalit potrebbe risolversi positivamente per il governo sionista. La realizzazione dell’accordo potrebbe aver paradossalmente puntellato il malconcio governo Netanyahu.

Un altro punto debole dell’accordo consiste nel non aver ottenuto il rilascio di tutte le prigioniere (ne restano 9 in carcere) e di tutti i prigionieri che hanno già scontato più di 20 anni nelle carceri israeliane: tale risulatato con meno fretta, si sarebbe potuto ottenere facilmente.

Oltre a ciò bisogna ricordare che tra i prigioneri liberati o in via di rilascio mancano quei nomi di rilevanza nazionale che Hamas aveva promesso.

Ancora: la maggiornaza dei prigionieri rilasciati è di Hamas e i nomi dei 550 che saranno rilasciati nella seconda fase li sceglierà Israele.

Infine l’accordo ha legittimato l’esilio di molti prigionieri a Gaza (120 circa) o al di fuori dei confini nazionali(41 circa). Ciò costituisce un pericoloso precedente per il futuro.

Perchè questo accordo si verifica proprio oggi? Verrebbe quasi da pensare che Hamas, con questa operazione così a ridosso del probabile fallimento dell’iniziativa diplomatica di Abu Mazen all’Onu, abbia voluto approfittare per recuperare consensi su Fatah.

Questo non è ovviamente l’obiettivo dichiarato da Hamas ma è chiaro che si tratta di un operazione che farà aumentare i consensi della formazione islamica.

Noi siamo ancora sott’occupazione, alla mercè dei crimini sionisti, nelle prigioni o nella diaspora. Chi oppone resistenza sa che lo aspettaranno la morte, il carcere o l’esilio. Noi sappiamo cosa ci aspetta, siamo consapevoli dei rischi ma nonostante tutto siamo determinati a portare avanti la nostra lotta.

Primavere arabe: le rivolte che nell’ultimo anno hanno scosso i regimi arabi hanno acceso molte speranze di democratizzazione nella regione; quali aspettative nutre il FPLP rispetto a tali movimenti? Le rivolte di popolo egiziane, siriane, ecc potrebbero portare ad un miglioramento delle relazioni tra i nuovi governi e la resistenza palestinese?

Le Leadership arabe sono ottuse, dittatoriali e seguono da sempre i dikatat americani. Hanno saccheggiato tutte le risorse dei loro popoli, hanno impedito lo sviluppo sociale e culturale e in generale si sono opposte a qualsiasi miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni.

Caratteristica di tutti i regimi arabi reazionari è l’assenza di libertà, di democrazia politica, di giustizia sociale:la repressione viene sempre usata contro il popolo. “Non c’è voce più alta di quella della battaglia” è lo slogan più ripetuto dalla propaganda antisraeliana delle corrote borghesie arabe che con un antisionismo strumentale e di facciata tentano da sempre di distogliere l’attenzione delle masse dai problemi interni. Nel mondo arabo ci sono meno Stati democratici che in Africa. Le Leadership arabe si sono affidate ad una pratica di trasmissione dinastica del potere:questo succede in Kuwait così come inArabia Saudita, in Marocco, in Siria, dappertutto. I petroldollari che sostengono le borghesie arabe finiscono nelle banche europee e americane. Dal punto di vista della produzione agricola ci sarebbero le potenzialità per conquistare una sovranità produttiva; ciò nonostante si continuano ad importare tonnellate e tonnellate di derrate alimentari, di prodotti agricoli...a dispetto della grande disponibilità di terre ed acqua. La ricerca scientifica è pari a zero. Lo Stato sionista investe da solo nella ricerca scientifica molto di più di quello che investono tutti gli Stati arabi messi insieme. Cresce dovunque la disoccupazione e la povertà si espande a perdita d’occhio.

Noi del FPLP sosteniamo il cambiamento e appoggiamo questi movimenti, ma ci domandiamo anche dove ci conducano. Sembrano avere una vocazione panarabista e questo ci sembra positivo: la visibilizzazione della nazione araba come protagonista politico dovrebbe essere a nostro modo di vedere un obiettivo prioritario. Oggigiorno le potenze regionali che monopolizzano la scena sono l’Iran, la Turchia e Israele; i 350 milioni di arabi che popolano il Medio Oriente sembrano non esistere.

Da più parti ci si chiede quali potrebbero essere le ripercussioni politiche del risveglio arabo sul contesto palestinese: noi del FPLP, pur esprimendo solidarietà alle masse arabe e alla loro lotta per la libertà, temiamo che l’islamismo radicale finisca per dirigere politicamente questi movimenti; dopo la caduta del blocco socialista infatti, mentre a parole l’imperialismo dipingeva l’Islam politico come il nuovo nemico da sconfiggere, nei fatti finazianva le correnti islamiste più radicali. Ed è un fatto che oggi la fratellanza mussulmana tunisina, egiziana, siriana, ecc, sia il nuovo partner a cui rivolgersi.

Noi appoggiamo le rivolte quando queste si battono per la giustizia sociale e la modernizzazione delle società ma siamo fervidi nemici dei governi islamici sponsorizzati dall’imperialismo internazionale.

Come confidare nei consigli rivoluzionari a guida Nato?

Crediamo che dopo la caduta del campo socialista l’imperialismo abbia appoggiato e finanziato le correnti più radicali dell’Islam politico mentre pubblicamente le dipingeva come il nuovo nemico da sconfiggere.

Perchè la rivoltà in Siria è stata immediatamente portata all’attenzione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, mentre quella Yemenita è stata prontamente dimenticata dai mass media e rimossa dall’agenda politica internazionale?

L’imperialismo ha sempre stretto alleanze con i regimi oppressivi e questa volta non andrà diversamente. I gendarmi mondiali sono alla ricerca di nuovi alleati in Medio Oriente; le trattative con i talebani in Afganistan sono una realtà. L’imperialismo è diposto ad allearsi con chiunque sia disposto a tutelarne gli interessi. In Medio Oriente, la storia ci insegna che la politica di egemonia a stelle e strisce si sia materializzata nello Stato sionista, usato come vera e propra testa d’ariete per difendere gli interessi geopolitic dell’imperialismo americano.

Per concludere possiamo dire che in tutti i casi è troppo presto per fare un bilancio dell primavera araba; crediamo che l’ebollizione sociale araba sia solo agli inizi; questo processo avrà tempi lunghi e comunque si concluda aiuterà i palestinesi a comprendere più chiaramente di chi potrà fidarsi e di chi no.

Come si spiega il nuovo protagonismo di Erdogan in chiave filopalestinese?

E’ di ieri la notizia di una pesante offensiva del governo turco contro le basi del PKK in Iraq. Come è possibile che la Turquia kemalista mentre reprime i Curdi, si candidi a paladina dei diritti dei palestinesi?

I curdi hanno pieno diritto all’autodeterminazione. Noi consideriamo i comunisti del PKK di Öcalan come nostri compagni.

La Turchia è un membro della Nato. Il governo di Erogan vuole essere il più filo-palestinese dei governi mediorientali proprio per guadargnarsi i consensi degli islamisti;la strumentalizzazione turca dell’eccidio commesso dallo Stato sionista ai danni della Freedom Flottiglia va letta in questo senso. Ma dietro ai proclami antisionisti di Erdogan si intravede una regia americana: Washington infatti, preme affinchè la Turchia in quanto paese sunnita, esporti il proprio modello di democrazia islamica e si costruisca un ruolo di primo piano nella regione.

La stessa cosa è successa col Qatar: mentre, grazie ai reportage di Al-Jazeera si è erto a statarello filo-palestinsese, nei fatti ha dimostrato di essere un alleato fedele della politica di Obama. In Qatar poi, non va dimenticato, si trova la base americana più grande del mondo.

Il colonialismo francese e inglese hanno disegnato a tavolino gli attuali confini degli Stati arabi; il neocolonialimo è oggi americano ed europeo; da quando non c’è più l’Unione Sovietica l’ Europa e gli Stati Uniti sono entrati in competizione fra loro per il controllo geopolitico della regione.

Quali sono attualmente il livello di radicamento e la capacità di mobilitazione del FPLP?

Dopo Oslo il movimento nazionale palestinese è arretrato; l’accordo di Oslo non è stato un accordo tra palestinesi e sionisti ma tra due leadership patrocinate dalla “comunità internazionale”. Si è trattato di un accordo politico enorme. La conseguenza principale ha riguardato le aspettative dei palestinesi; se prima queste guardavano con speranza ad una rivoluzione anticoloniale, dopo Oslo si sono concentrate solo sui negoziati. Sono molti i palestinesi che pensano che dopo aver ottenuto l’Autorità (ANP) otterranno anche lo Stato.

La sinistra palestinese, soprattutto il FPLP, ha risentito negativamente dell’implosione del blocco socialita e dell’entrata in crisi delle sinistre rivoluzionarie in tutto il mondo.

Una volta entrati nella fase di globalizzazione neoliberista, cioè nella fase di imperialismo mondiale, si è diffusa l’idea che la sinistra scommettendo sul socialismo avesse puntato sul cavallo sbagliato.

Ma le grandi crisi economiche in America e in Europa,con il loro carattere sistemico, ci dimostrano che il marxismo ha avuto ragione sull’origine dello sfruttamento dei popoli. In Italia, come in Spagna e nell’Europa intera, il sistema capitalista è entrato in una crisi irreversibile che non riuscirà a risolvere: l’opposizione anticapistalista e antimperliasta, dopo decenni di arretramento, sono nuovamente destinate a crescere.

Molti movimenti marxisti sono spariti o versano in pessime condizioni, è vero: anche se resta una forza politico-militare con ancora molte carte da giocare anche il FPLP ha innegabilmente subito un arretramento; all’origine di questa crisi oltre alla già citata implosione dell’Uniione Sovietica e dell’immaginario socialista in generale, c’è stata, dopo Oslo, l’ascesa dell’Islam politico. Il nostro popolo purtroppo è molto religioso. I movimenti religiosi come Hamas hanno ricevuto enormi finanziamenti economici dall’Arabia Saudita, dalla Siria e dall’Iran; dall’altra parte l’Anp è stata coccolata dall’Europa, dagli Stati Uniti e dallo Stato sionista. Il FPLP non ha ricevuto aiuti da nessuno e ha comunque resistito. Durante l’intifada di Al-Aqsa migliaia di suoi militanti e sostenitori sono stati uccisi o imprigionati:il proprio leader Abu Ali Mustafa è stato ammazzato e il suo successore Ahmed Saadat è stato incaracerato. Ciò nonostante il FPLP ha mantenuto la sua posizione di resistenza irriducibile all’occupazione sionista: la lotta di liberazione nazionale resta la priorità.

Quali sono le condizioni di salute di Ahmed Saadat?

Ahmed Saadat è da 21 giorni in sciopero della fame, da quattro anni in isolamento. Ieri il suo avvocato l’ha visitato (gli sono negate anche le visite familiari) nell’ospedale del carcere di Ramle dove, in conseguenza del deterioramento delle sue condizioni di salute, è stato trasferito qualche giorno fa. Saadat ha fatto sapere che continuerà lo sciopero della fame fino all’ottenimento di tutte le richieste dei prigionieri palestinesi. Ha concluso la vista con l’avvocato trasmettendogli questo messaggio: “Dignità o Morte”.

L’unidici novembre il consiglio di sicurezza della Nazioni Unite si esprimerà sulla richiesta del riconoscimento dello Stato palestinese avanzata un mese fa da Abu Mazen; il FPLP sembra,aver seppur cautamente appoggiato tale iniziativa diplomatica mentre organizzazioni come Hamas o Jihad Islamica si sono mostrate molto scettiche quando non direttamente contrarie.

Il FPLP è sempre stato contrario ai negoziati già fin dall’epoca di Oslo: la nostra è stata ed è una lotta di popolo. Quanto alla richiesta del riconoscimento dello Stato all’Onu, il FPLP pensa che rappresenti un passo in avanti ma che non sia sufficiente; aiuterà comunque a far capire una volta per tutte chi ci appoggia e chi no. Molti pensano che Obama abbia una politica filo-palestinese: la votazione al consiglio di sicurezza chiarirà a tutti da che parte stia Obama e indirettamente rimetterà al centro dell’agenda politica palestinese la lotta di liberazione nazionale.

Appoggiare anche se con delle riserve la richiesta di Abu Mazen non rischia di legittimare, tra le tante cose, la rimozione della questione dei profughi, la negazione del diritto al ritorno?

L’inizativa di Abu Mazen fallirà. Gli Stati Uniti useranno il diritto di veto e si giungerà ad un nulla di fatto. Lo sappiamo. Ma questa strada per quanto tortuosa e innefficace era preferibile a quella dei negoziati diretti. In tutti i casi non ci sfuggono le pericolose conseguenze nel caso, comunque improbabile, del riconoscimento di uno Stato da parte delle Nazioni Unite: i profughi non potrebbero tornare nei territori occupati del ‘48 e la rappresentanza politica del popolo palestinese attualmente esercitata dall’OLP passerebbe nelle mani dell’Autorità Nazionale con tutte le conseguenze disastrose che ne deriverebbero. L'OLP gode attualmente dello status permanente di "osservatore" all'interno dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite; l’OLP è l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese; e se un giorno ci sarà una Stato palestinese questo dovrà essere guidato dall’OLP e non dall’Autorità Nazionale.

Come credi che le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria e in generale quelle solidali con la causa palestinese possano aiutare il FPLP?

Il vostro dovere è lottare nel vostro Paese per cambiare le cose.

Noi guardiamo con interesse ai movimenti sociali europei e americani. Lo Stato sionista può incassare e metabolizzare senza troppi problemi gli attacchi di Hezbollah e della resistenza palestinese. Il progetto sionista non finisce con quei 5 milioni di ebrei che occupano la nostra terra; e’ un progetto internazionale che richiede una risposta internazionale. La nostra non è una guerra di religione tra ebrei e mussulmani: c’è stata fin dall’inizio del conflitto una volontà europea e americana di appoggiare la causa ebraica e questo a spese del popolo palestinese.

La Palestina non è il Kurdistan, nè la Cecenia nè il Kashmir. La lotta palestinese è sempre stata una lotta internazionale perchè internazionale è stata la responsabilità dell’occupazione sionista. Di conseguenza la lotta palestinese rappresenta solo la punta pià avanzata della lotta dei popoli contro i progetti dell’imperialismo internazionale.

Noi abbiamo bisogno di stare nella stessa barricata dei compagni europei e americani. Noi potremo vivere insieme agli ebrei in questa terra ma ciò avverrà solo quando questi rinunceranno al sionismo.

Il sionismo è una malattia dell’ebraismo, è razzismo finanziato dall’Occidente, è l’Occidente stesso piantato in terra araba.

Il nostro successo sarà frutto della partecipazione mondiale dei popoli alla nostra lotta. Non potremo mai vincere da soli: la lotta di un popolo per la sua autodeterminazione deve sempre poter contare- e più che mai in un mondo globalizzato come questo- sulla complicità internazionale.

Se la libertà e la giustizia sociale giungeranno nel mondo arabo ciò aiuterà la nostra causa nazionale. Lo Stato sionista ha paura del progresso arabo e della democratizzazione dei regimi perchè costituirebbero un enorme ostacolo alla colonizzazione.

La lotta palestinese è prima palestinese, poi araba e infine internazionale. Da soli non potremo andare molto lontano.

Ogni colpo inferto al capitalismo italiano, europeo e americano è un colpo al nemico sionista..e viceversa.

20/10/11, Beltemme.

mercoledì 12 ottobre 2011

In solidarietà con i prigionieri palestinesi - sono loro i protagonisti

Da Silvia Todeschini gli ultimi aggiornamenti da Gaza.
Al termine ribadisce il valore e significato dello sciopero della fame dei prigionieri palestinesi che nulla hanno a che vedere con l'accordo dello 'scambio di prigionieri' tra Hamas e Israele.


mercoledì 12 ottobre 2011

Diario dalla tenda numero 3


Ieri mattina è stato il momento delle donne: circa 30 di esse si sono unite allo sciopero della fame. Ogni lunedì madri sorelle e mogli dei prigionieri si trovano alla croce rossa per mantenere alta l'attenzione sui loro cari. Ieri, l'usuale sit-in era particolarmente popolato, ed in 30 hanno deciso di cominciare lo sciopero della fame. Tra queste c'è Taragi, il cui marito è in carcere da quasi 6 anni. Viene da Khuza'a, la sua casa si trova a poche centinaia di metri dal confine, ed ha allevato da sola le sue 5 figlie. Adesso una è sposata e tra qualche mese avrà un bambino, un'altra si sposerà a giugno quando il padre uscirà di galera, e le altre vanno a scuola con ottimi risultati. Racconta che, quando era ancora autorizzata ad andarlo a trovare, nel 2005, era costretta a passare attraverso numerosi ed umilianti controlli, le sue figlie dovevano spogliarsi completamente di fronte alle soldatesse “mi faceva sentir male vedere le mie figlie nude di fronte alle militari israeliane, te come ti sentiresti?”. Passato Erez dovevano attraversare altri interminabili check point, dove dovevano aspettare per ore sotto il sole, “non venivamo trattate come esseri umani”. Una volta arrivata alla prigione, dopo tutte queste traversìe, si trovava a poter vedere il marito solo attraverso un vetro, e potergli parlare solo attraverso un telefono, ovviamente controllato, la cui linea veniva tagliata a piacere dei secondini. “Mio marito veniva picchiato di fronte ai nostri occhi, di fronte agli occhi delle mie figlie. Immagina come dovevano sentirsi questa bambine!”

La cosa bella di chi sciopera è che non esplicita l'appartenenza a nessun partito politico. La maggior parte di essi sono dal Pronte Popolare, ma ci sono anche persone del Fronte Democratico, di Fatah e della Jihad Islamica; nonostante ciò nessuno porta addosso simboli de proprio partito, o sciarpe o oggetti facenti riferimento alla propria appartenenza politica. A chi non segue queste regole vengono temporaneamente sequestrate le bandiere all'ingresso e restituite all'uscita. Ieri c'è stata anche un'accesa discussione su delle magliette che qualcuno avrebbe dovuto regalarci: voleva metterci la foto di Akhmad Sa'adat, però i ragazzi si sono rifiutati chiedendo che venisse messa la foto di tutti i leader in carcere, di tutti i partiti.

Raccontavo ai ragazzi di quello che stava succedendo in Italia, ed erano contenti di sapere di non essere soli, sicuramente la solidarietà attiva è quello che ci vuole. Ecco quello che raccontavo loro: che chi è in sciopero della fame vuole fare dei banchetti per renderlo visibile (probabilmente sarà intorno al 22-23), e oltre alle manifestazioni di Roma e Milano (di cui già vi ho accennato) è previsto un presidio al campidoglio ogni lunedì a partire dal 17 con le foto di detenuti, e racconti di storie degli stessi prigionieri. Qualcuno sta considerando pure di fare banchetti davanti alle varie sedi della croce rossa in italia, con persone che portino avanti lo sciopero della fame e che facciano sensibilizzazione. Le manifestazioni in supporto dei prigionieri nei territori del '48 sono state represse con l'uso di lacrimogeni ed è uscito un appello della campagna BDS per intensificare le azioni di boicottaggio in supporto delle richieste dei prigionieri. Intanto in tantissimi hanno accolto l'appello per uno sciopero della fame di un giorno per oggi (scusate se lo scrivo in ritardo, ma lo ho saputo tardi pure io).

La sera, poi, è arrivata la notizia: Hamas è giunto ad un accordo per la liberazione di Gilad Shalid in cambio di 1000 (o più) prigionieri palestinesi. Tutti erano felici. Pensavano che anche Sa'adat sarebbe stato liberato, anche Marwan Barghouti. Quando alla radio c'era il discorso di Netanyahu che confermava il raggiungimento dell'accordo, sembravano soddisfatti. D'altronde, chi non sarebbe contento della liberazione di 1000 prigionieri? Dai minareti i muezzin esultavano, c'erano petardi, gente che sparava in aria...mentre qualche amica qui di Gaza, testarda, scriveva su twitter “ma noi stiamo ancora pensando a tutti quelli che stanno in carcere, che non sono ancora liberi, vero?” e poi: “non festeggerò fino a che non saranno liberi tutti.”

Vorrei concludere con una precisazione: lo scambio da parte del governo di Hamas del prigioniero di guerra Gilad Shalid (sequestrato nel 2006 tramite un'operazione congiunta di diversi bracci armati) in cambio di 1000 o più prigionieri non ha nulla a che vedere con lo sciopero portato avanti dai detenuti all'interno delle carceri per il miglioramento delle loro condizioni di vita. I nomi di chi verrà liberato sono ancora avvolti nel mistero, all'inizio si pensava ci fossero anche Barghouti e Sa'adat, mentre ora sembra di no. Qui non mi dilungherò oltre su questo argomento perchè, come mostrato più volte, in questo blog mi concentro sulle lotte della gente, quelle “dal basso” qualunque cosa voglia dire, piuttosto che sugli accordi di qualche partito con i sionisti. (sui quali potete farvi la vostra idea da soli)


Seguono aggiornamenti nei commenti e al suo blog :
Libera Palestina